Piero Fagone, il capo soldato
di Claudia Mirto
Quando a Palermo c’era un morto ammazzato al giorno, attorno alla vittima c’era sempre la stessa “compagnia di giro” fatta di giovanotti in cerca di scoop e di gloria. Ma Piero, che già aveva un’età ed era capo della sede siciliana dell’Agenzia Italia, era lì, soldato tra i soldati con le sue lenti fondo di bottiglia, il taccuino e la penna. Noi ragazzini lo adoravamo perché era una fonte inesauribile. Non di consigli perché di certo non se la tirava. Ma dietro quei fondi di bottiglia c’erano occhi di falco, quelli che gli consentivano di avere un territorio di caccia grande quanto l’intera città con tutte le sue inquietanti stratificazioni.
Era capo dell’Agi in Sicilia, corrispondente de “Il Giorno” di Milano, collaboratore di Rai Regione, infallibile cronista parlamentare del Giornale di Sicilia, presidente del Comitato regionale per i servizi radiotelevisivi (Corerat), addetto stampa della Presidenza dell’Assemblea Regionale Siciliana, presidente regionale del CONI Sicilia, dirigente della Federazione Italiana Vela, vicepresidente della Società Canottieri Palermo e consigliere del Club Roggero di Lauria.
Uno così te lo immagini seduto a una scrivania a distribuire saggi, tranquilli e riposati consigli alla bassa forza. Invece no, era sempre con noi ragazzini, senza spocchia, senza mai fare pesare quel tir di esperienza che trovava sempre il modo di non farci mancare.
Era un giornalista che conosceva tutti: politici, sbirri, imprenditori, faccendieri, “zona grigia”, magistrati. Non c’era luogo di Palermo in cui non fosse entrato silenziosamente, senza pompa, senza arroganza: salotti blasonati o sottoscala fatiscenti. Poteva parlare con tutti perché conosceva tutte le lingue della città. E tutte le strade. Altro che navigatore. È per questo che ci piaceva assai. Poi era uno che riusciva a prevedere con sei mesi di anticipo quando sarebbe caduto il governo regionale o se il tizio sarebbe stato eletto e il caio trombato. Ma non era il sapere vanitoso del cronista inedito. Perché Piero era giornalista e aveva profondo rispetto per i fondamentali di questo lavoro.
Faceva la cronaca politica regionale per il Giornale di Sicilia da moltissimi anni, arrivato quando c’era ancora il cavaliere Federico Ardizzone, poi Piero Pirri e infine Antonio che, in qualche modo, aveva “visto nascere”. Un giorno successero delle cose per le quali fu licenziato il collega Francesco La Licata, “accusato” di avere scritto per “l’Espresso” notizie che, secondo il direttore, non aveva dato al giornale di Sicilia. Naturalmente ci furono infuocate assemblee nel corso delle quali non mancò mai nemmeno la “voce del padrone” sotto forma di interventi meno energici di quanto sarebbe stato logico aspettarsi. Assemblee, dunque, in parte “inquinate” che, come massimo risultato, riuscirono a proporre la meno energica delle proteste: il ritiro delle firme. Piero, dal fondo del “salone Mario Francese”, chiese la parola e mise in croce tutta la redazione dicendo a gran voce che un licenziamento del genere poteva avere una sola risposta: sciopero sino a quando non fosse stato revocato. Così fu e La Licata tornò a lavorare. Questo era Piero e mentre tutti scriveranno giustamente del suo ruolo torreggiante nella categoria, io preferisco ricordarlo per questa straordinaria capacità di essere capo nel ruolo e soldato nei fatti. Uno così dentro di me, non muore mai.
Piero aveva 91 anni e se n’è andato oggi giovedì 9 luglio.